Ascolto

“La maggior parte delle persone non ascolta; aspetta solo il proprio turno per parlare” (Chuck Palahniuk)

L’ascolto è una abilità che diamo per scontata ma alla quale si presta davvero poca attenzione.

Ma cosa significa davvero aprirsi all’ascolto dell’altro?

Aprirci all’ascolto dell’altro significa prima di tutto predisporsi a raccogliere ed accogliere i dati e le emozioni che arrivano dall’altra persona, a sentirli, fino ad arrivare a capire ciò che sta vivendo in quel momento. 

Per praticare efficacemente l’ascolto, soprattutto al suo livello più profondo,  è fondamentale cogliere e sentire l’altro ma non confondere il proprio sé con quello dell’altro: è piuttosto un sentire l’altro rimanendo sé stessi.

Imparare ad ascoltare bene è possibile, con esercizio, con passione e con volontà di accettare anche degli errori: l’ascolto, infatti, non è importante solo per il mondo del lavoro ma può diventare una competenza fondamentale per ogni ambito della propria vita.

Possiamo ascoltare in tanti modi diversi e per comprendere appieno come allenare e praticare l’ascolto, possiamo riferirci ad un modello davvero esplicativo, proposto da Otto Scharmer, incentrato su quattro tipi di ascolto diversi che riflettono diversi tipi di apertura della mente:

1. Ascolto automatico o download: è l’ascolto abitudinario quello che in altre parole facciamo con il pilota automatico inserito: ci si limita a riconfermare ciò che già sappiamo sulla base dei nostri schemi e preconcetti che ci vengono dalle nostre esperienze passate. Questo tipo di ascolto non aggiunge nulla;

2. Ascolto fattuale: quando mettiamo in atto questo tipo di ascolto non siamo influenzati dai nostri pregiudizi, lasciamo infatti che i dati ci parlino e anzi, ricerchiamo ciò che è diverso da ciò che sapevamo o ci aspettavamo. Per fare ciò occorre aprire la mente, ovvero avere la capacità di sospendere momentaneamente la propria propensione al giudizio. È in un certo senso l’ascolto che mette in pratica il ricercatore.

3. Ascolto empatico: è un ascolto con il cuore aperto. Vediamo la situazione attraverso gli occhi dell’altro. Per fare ciò non occorre solo aprire la mente ma anche il cuore: utilizzare i propri sentimenti per entrare in sintonia con la prospettiva dell’altro.

4. Ascolto generativo: questo tipo di ascolto implica che siamo presenti nel qui ed ora, indica la nostra capacità di stare nel flusso e cogliere le soluzioni che emergono. Durante questo tipo di ascolto siamo aperti all’emergere di possibilità e opportunità che mai avremmo pensato possibili.

Quando si ascolta al primo livello, la nostra attenzione è focalizzata non tanto su ciò che l’altro sta dicendo ma piuttosto sul nostro mondo interno: ad esempio, si pensa a cosa poter dire subito dopo o si interrompe addirittura l’altro. Nell’ascolto fattuale invece, l’attenzione si sposta dal proprio mondo interno all’ascolto effettivo dell’altra persona.

Nell’ascolto empatico si entra nella prospettiva dell’altra persona, siamo sintonizzati ad ascoltare non solo i dati e il flusso delle informazioni ma anche le sue emozioni, cosa sta provando in quel momento “Non sono d’accordo con quello che stai dicendo, ma capisco tu come ti senti e come vedi la situazione” (Scharmer, 2018).

Per saper ascoltare empaticamente le persone, quindi, bisogna allenarsi ad utilizzare l’ascolto in modo speciale. Nella nostra società, infatti, siamo sempre più portati verso una iper-comunicazione ma mai verso l’ascolto. Quante volte abbiamo avuto la sensazione di non essere ascoltati dai nostri familiari, dai nostri colleghi di lavoro e magari ci è anche capitato di partecipare a riunioni nelle quali le persone tra di loro non si ascoltano mai veramente fino in fondo: la società, infatti, ci stimola sempre più a “parlare bene” ma meno ad “ascoltare bene”, nonostante l’ascolto sia un elemento fondante del processo comunicativo.

In fondo però, tutti sappiamo che ascoltare è importante, ma pochi lo fanno veramente e ancora meno sono quelli allenati all’ascolto più profondo, ovvero quello empatico: per l’ascolto empatico, infatti, serve allenarsi, non basta solo possedere una predisposizione naturale.